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La Barbera: l'eredità di un poliziotto di razza

Il libro di Tessarolo - Senza offesa "L'ho visto sorridere. Eccome. L'ho visto sganasciarsi, andare in apnea e diventare paonazzo in volto per le risate. Io Arnaldo me lo ricorderò sempre così. Altro che burbero, scontroso, iracondo. Sorrideva Arnaldo La Barbera, con quel sorriso che non è stato mai scontato, gratuito e quindi fastidioso. Era il sorriso di un uomo vero, di uno che non sa fingere perché abituato a dipingere la vita con due soli colori: bianco e nero, buoni e cattivi" Così lo dipinge il giornalista Giorgio Mulè, come un "gigante buono", nella prefazione del libro di Claudio Tessarolo "Senza offesa - Vita di Arnaldo La Barbera, poliziotto e uomo di Stato", edito da Mondadori, presentato a Roma oggi martedì 12 aprile al Museo delle auto della Polizia di Stato. "Una vita in prima linea", ci racconta la moglie dello sfortunato poliziotto, stroncato da una malattia incurabile nel 2002, nella fase più delicata della sua carriera: quella da capo della polizia di prevenzione che lo risucchia nel vortice dei drammatici fatti del G8. "A Genova - dice la signora Angiola La Barbera - Arnaldo si presentò a un mortificante interrogatorio sostenendo la verità dei fatti, consapevole del rischio a cui andava incontro per le sue già precarie condizioni di salute: circa due mesi dopo è morto. La giustizia nei suoi confronti rimarrà un fatto incompiuto".

La carriera di Arnaldo La Barbera è quella di un poliziotto di razza, un investigatore acuto e intelligente che "ha avuto il privilegio di non chiedere una poltrona, ma di essere sempre stato chiamato per le sue competenze". Capo della Squadra mobile a Venezia, protagonista della lotta al terrorismo negli Anni Ottanta e delle bande dei giostrai che imperversavano nel Veneto con i sequestri di persona. Poi alla Mobile di Palermo, nel periodo delle stragi di magistrati e poliziotti, culminato con gli arresti di Totò Riina e Giovanni Brusca, con i poliziotti che esultavano come allo stadio perché solo chi ha vissuto certe cose può capire la soddisfazione di chi serve lo Stato tutti i giorni. Per arrivare nel 1997 a fare il questore di Napoli, dove in poco più di un mese riuscì a catturare gli assassini di Silvia Ruotolo, vittima innocente di un regolamento di conti tra criminali e poi trasferito a Roma, a capo della polizia di prevenzione.

"A Venezia lo chiamavamo l'uomo bionico - ricorda il vice capo della Polizia e direttore della Criminalpol Luigi De Sena - era un investigatore puro, caparbio e convinto delle sue intuizioni, ma anche un uomo generoso e di grande umanità". De Sena all'epoca lavorava a Treviso, a stretto gomito di La Barbera, con cui condivise interrogatori notturni interminabili, con silenzi ossessivi interrotti solo dai "grugniti di assenso" del capo della Mobile di Venezia. "All'alba Arnaldo aveva una panoramica completa dei fatti: stupefacente!".

"Il libro di Tessarolo sembra la sceneggiatura di una fiction", irrompe il procuratore aggiunto Italo Ormanni, ma, aggiungiamo noi, la vita di La Barbera ha superato qualsiasi trama poliziesca.
Anche il magistrato Ilda Boccassini ha voluto ricordare la figura del prefetto La Barbera, avendo lavorato con lui tre anni in Sicilia: "Era un grande investigatore, non ha mai piegato la schiena, come ci dice di fare il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Era un grande investigatore, ma soprattutto era un uomo, una persona importante nella mia vita. Per gente come Arnaldo La Barbera e Giovanni Falcone non ci possono essere eredi".

Ma un'eredità pesante l'investigatore "irripetibile" ce l'ha lasciata: quella delle "idee, delle passioni e degli ideali". "Arnaldo La Barbera ha dedicato interamente la propria vita a essere un servitore dello Stato - sottolinea l'autore del libro Claudio Tessarolo - che ha scritto le pagine dedicate al poliziotto affinchè venisse ricordato soprattutto dai ragazzi, "perché i giovani vedano finalmente che dietro i grandi fatti ci sono sempre persone in carne e ossa, non concetti astratti".

12/04/2005
(modificato il 19/12/2007)


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