Bologna: indagine in 3D incastra assassino 20 anni dopo

Oggi, grazie alla ricostruzione delle scene del crimine in 3D, è stato risolto un nuovo cold case: dopo 20 anni è stato arrestato l’uomo che a Bologna ha ucciso il giovane buttafuori, Valeriano Poli.

Il risultato investigativo è stato raggiunto dopo oltre due anni di accertamenti, grazie ad un’innovativa tecnica di comparazione tridimensionale, utilizzata per la prima volta in Italia in ambito forense, denominata Analysis of Virtual Evidence (c.d. teatro virtuale).

A sfruttare questa nuova tecnologia, che ha consentito di raccogliere un quadro indiziario grave, preciso e concordante a carico dell´indagato, è stata la Squadra mobile di Bologna, con la determinante collaborazione dell’Udi (Unità Delitti Insoluti) della Direzione centrale anticrimine.

I fatti

L’omicidio di Valeriano Poli avveniva in strada la sera del 5 dicembre 1999, vicino alla sua residenza.

Il sopralluogo stabiliva che l’assassino, armato di una pistola cal.7,65 e da una distanza non superiore ai sei metri, aveva colpito la vittima con cinque colpi, di cui uno mortale alla testa.

Le indagini, della Squadra mobile di Bologna, sviluppate in un ambiente omertoso, portavano comunque i poliziotti a stabilire, come movente, un atto di rivalsa dell’assassino nei confronti dell’addetto alla sicurezza, per una lite avvenuta a maggio 1999, davanti ad una nota discoteca della città.

Da maggio a dicembre ’99 l’arrestato aveva spesso intimorito Poli con spilloni funebri (c.d. “Stecche per Corone”), bossoli e proiettili fatti ritrovare sull’auto della vittima, e con lettere minatorie.

Il nuovo ed oggettivo elemento di prova, che ha portato all’arresto di oggi, è stato l’individuazione, sugli scarponcini indossati dalla vittima al momento dell’omicidio, di tracce di sangue dell’indagato.

Come è stato possibile? L’unico elemento in grado di contestualizzare questo fatto è un video, in cui si vede la vittima, pochi giorni prima dell’omicidio, portare le stesse scarpe del giorno della morte.

Gli specialisti della scientifica attraverso l’analysis of virtual evidence, come si vede anche dal nostro video, è riuscita, con una scansione laser sulla scarpa, a trasformarla in una “virtual evidence” cioè una fonte di prova digitale.

Gli accertamenti svolti con una perfetta sovrapposizione della virtual evidence del reperto, sulle immagini registrate, ha consentito ai tecnici di determinare in via definitiva che sulle scarpe riprese nel video non erano presenti le macchie di sangue. Questo permetteva di stabilire che quelle tracce ematiche erano finite sullo scarponcino il giorno dell’omicidio a seguito di un contatto violento tra i due.

04/06/2018