ottobre 2008

Anacleto Flori

Colpevoli di essere donne

Troppo spesso mariti e fidanzati, gelosi e possessivi, uccidono la propria partner incapaci di accettare l’idea che lei possa lasciarli e vivere senza di loro

La loro unica “colpa” è quella di voler difendere la propria identità, di voler (ri)affermare la propria indipendenza, di sentirsi, magari solo per un attimo, libere. Così impiegate, imprenditrici, professioniste ma anche studentesse e casalinghe vengono uccise da mariti, compagni e fidanzati (molto spesso ex) gelosi e possessivi. Donne dunque legate da uno stesso destino, protagoniste di storie comuni che finiscono per intrecciarsi e sovrapporsi secondo un tragico copione che si ripete lungo tutta la Penisola italiana.
È una vera e propria mattanza (secondo il Rapporto Eures 2007 sull’omicidio in Italia, sono state 103 le donne, tra i 16 e i 44 anni, uccise nell’ambito familiare, con una media di un delitto ogni 96 ore) quella che ha spinto alcuni criminologi a coniare il termine quanto mai significativo di femminicidio nelle relazioni intime (Intimate feminicide). «Si tratta di una definizione specifica – spiega Anna Costanza Baldry, psicologa e criminologa, docente presso la II Università di Napoli nonché responsabile del Centro studi vittime di reato e dello Sportello antistalking Astra per donne in difficoltà della provincia di Roma gestito da Differenza Donna in collaborazione con la questura di Roma – che, pur non avendo trovato ancora spazio nel nostro ordinamento giuridico, indica tutti quei casi in cui la vittima dell’omicidio è una donna e la morte è direttamente riconducibile alla sua appartenenza al genere femminile, quando un uomo, cioè, uccide una donna in quanto donna».

«Mia o di nessuno»
Da un’attenta analisi degli oltre cento femminicidi commessi ogni anno in Italia viene alla luce un aspetto quanto mai sorprendente e allarmante: dietro la maggior parte di questi delitti, infatti, è rintracciabile lo stesso movente passionale della gelosia e del senso di possesso nei confronti della donna presente nei cosiddetti “delitti d’onore” che hanno segnato per secoli la storia e la cultura del nostro Paese (almeno fino al 1981, quando è stato definitivamente abrogato l’art. 587 del codice penale che prevedeva soltanto una pena da 3 a 7 anni per chi aveva ucciso moglie, figlia o sorella per cancellare “l’offesa recata all’onor suo o della famiglia”). Un periodo storico, quello del secondo dopoguerra, magistralmente raccontato dall’indimenticabile film di Pietro Germi Divorzio all’italiana (1961), con Marcello Mastroianni e una giovanissima Stefania Sandrelli, e costellato dalle infuocate arringhe difensive degli avvocati che, tra le urla e gli applausi degli amici e dei parenti dell’imputato, chiedevano (e quasi sempre ottenevano) le famigerate attenuanti del “disonore lavato con il sangue”. E anche se oggi si parla di delitti passionali, più che di delitti d’onore, si può senz’altro affermare che cambia il termine non certo la sostanza, come dimostra la tragedia di Bruna Morabito che nel marzo 2006 a due passi dal Palazzo di Giustizia di Messina è stata ridotta in fin di vita dal fratello Giovanni che, dopo averla colpita in pieno volto con quattro colpi di pistola, si è costituito dicendo: «Volevo uccidere mia sorella perché aveva infangato la nostra famiglia, separandosi dal marito e facendo un figlio con un altro uomo».
«La differenza tra i delitti d’onore di una volta e quelli passionali – spiega Anna Baldry – sta nel fatto che i primi venivano commessi, oltre che dal marito, anche dal padre e dal fratello della vittima per salvaguardare il presunto onore e lo status della famiglia all’interno della società, mentre nei secondi la “questione” è gestita direttamente dal partner, anche perché negli ultimi anni la famiglia tradizionale e numerosa ha perso via via influenza. In ogni caso il movente dell’assassinio è simile: essersi sentito tradito e umiliato, oppure disonorato per essere stato lasciato, per aver cioè perso il controllo su una donna vista come una proprietà, un oggetto alla propria mercé». A volte, l’uomo abbandonato, incapace di elaborare la propria sofferenza e di accettare l’idea che la donna che lo ha lasciato possa vivere senza di lui, o addirittura scegliere di vivere con un altro uomo, inizia a seguirla, a intimidirla, a minacciarla di morte.

Omicidio-Suicidio
Quando una persona ne uccide un’altra raramente poi si toglie la vita; questa prerogativa è invece frequente in tutti quei casi, come i femminicidi, in cui l’omicida ha avuto una relazione intima con la vittima. In Italia, ad esempio, ogni anno si suicida il 30% di coloro che commettono un femminicidio, mentre un altro 9,2% tenta di uccidersi senza però riuscirvi (la percentuale dei suicidi portati a termine aumenta considerevolmente quando si usano armi da fuoco).
«A volte i tagli e le ferite sul corpo di coloro che tentano il suicidio – spiega il vice questore aggiunto Eugenio Ferraro, già funzionario della Squadra mobile di Roma ed attualmente in servizio presso la Direzione centrale di polizia criminale – sono talmente superficiali che è difficile stabilire fino a che punto l’omicida abbia tentato veramente di suicidarsi e quanto invece si tratti di una simulazione per dimostrare una sorta di pentimento postumo nel tentativo, magari, di beneficiare di una possibile attenuante in sede processuale». È il caso di Loredana Benincasa e del suo fidanzato Niccolò Di Stefano, trovati la mattina del 24 giugno coperti di sangue, uno accanto all’altra, nella stanza da letto di una villetta nel quartiere Trionfale, a Roma. Ai piedi del letto un coltello insanguinato e sul comodino due righe di spiegazione: «Speriamo di non avervi deluso, siamo stanchi, perdonateci. Addio, lasciateci insieme». Tutto lasciava pensare a un doppio suicidio (per lei non c’è più nulla da fare, il ragazzo invece viene trasportato in fin di vita in ospedale per una profonda ferita alla gola), ma fin dalle prime indagini viene fuori un’altra possibile verità: Niccolò, geloso e ossessionato dall’idea di essere lasciato avrebbe ucciso, con oltre trenta coltellate, LLoredana, che pure avrebbe tentato di difendersi con forza, come dimostra il ciuffo di capelli di Niccolò ritrovati tra le sue mani – per poi mettere in scena il doppio suicidio, con tanto di ferite ai polsi e alla gola e il biglietto d’addio.
Un caso che rientra a pieno titolo nella duplice interpretazione dell’omicidio-suicidio elaborata dal criminologo Dawson. Da una parte ci sono i cosiddetti “suicidi per risentimento” (come nel caso di Niccolò) non premeditati e da considerarsi come una componente secondaria del comportamento dell’omicida, il cui vero obiettivo rimane invece l’uccisione della partner (o ex partner) per rabbia, punizione e gelosia. L’omicida decide di togliersi la vita (o tenta di farlo) soltanto in un secondo momento, una volta che si è reso conto delle drammatiche conseguenze del proprio gesto criminale.
Dall’altra parte, invece, c’è una sorta di “suicidio esteso”, indotto dalle tendenze autodistruttive dell’uomo che ha premeditato di suicidarsi e uccide la propria partner e, in alcuni casi, anche i figli “per non lasciarli soli o non farli soffrire”. L’omicidio viene visto come atto “altruistico”.

La scena del crimine
Anche dal punto di vista delle indagini, i femminicidi presentano caratteristiche ricorrenti e facilmente riconoscibili. «La maggior parte degli omicidi cosiddetti passionali – spiega ancora Eugenio Ferraro – avviene all’interno di un appartamento o di un’automobile che, in qualche modo, rappresenta una sorta di estensione dell’ambiente domestico. Spesso è la donna ad accettare un ultimo appuntamento, un ulteriore fatale incontro con il proprio marito, fidanzato o convivente, con cui ha già troncato ogni legame o intende farlo. Contrariamente ai femminicidi commessi in strada o comunque all’aperto, nei quali l’assassino è quasi sempre armato e ha già maturato l’idea di uccidere, in quelli compiuti in casa manca quasi sempre la premeditazione. Infatti la prima cosa che salta agli occhi, una volta giunti sulla scena del crimine, è che raramente l’assassino cerca di dissimulare la scena del crimine. Al contrario, ovunque ci sono i segni rabbiosi di una violenza omicida, esplosa quasi sempre al culmine dell’ennesima lite; un omicidio spesso annunciato da una lunga serie di maltrattamenti, di minacce di morte, di vera e propria persecuzione (oltre la metà dei casi di femminicidio è accompagnata e preceduta da episodi di stalking, ndr)».
I particolari che colpiscono l’attenzione degli investigatori sono sempre gli stessi: la porta d’ingresso non presenta quasi mai tracce di scasso, segno che la vittima conosceva l’assassino; in camera da letto gli armadi sono spalancati e i cassetti rovesciati; la biancheria intima è sparsa sul letto, perché magari la vittima stava preparando la valigia per andare via da casa; a terra ci sono lampade, bicchieri e vasi in frantumi, a testimoniare come l’omicidio sia stato preceduto da una colluttazione. «Un altro elemento ricorrente in questo titipo di omicidio – continua il funzionario di polizia – sono i classici segni sul corpo della vittima che ci permettono di ricostruire le modalità dell’aggressione che avviene, molto spesso, frontalmente: il marito, il fidanzato, o il convivente, impugna il coltello, affrontando de visu la donna che, nel tentativo di difendersi o di afferrare la lama, riporta quasi sempre un numero impressionante di ferite sugli avambracci e sulle mani e di tagli profondi sulle dita».
E mentre la mattanza continua (ancora nei giorni scorsi, a San Sepolcro, è stata trovata strangolata all’interno della propria abitazione la ventiquattrenne Silvia Zanchi, un delitto per cui è sospettato il fidanzato, il quale si è suicidato a distanza di alcuni giorni dall’omicidio) qualcosa sta forse cambiando: sia per quanto riguarda la consapevolezza sociale (l’uso del termine femminicidio, rispetto alla generica definizione di omicidio, aiuta a comprenderne meglio l’entità, la diffusione e i particolari fattori di rischio) sia per quanto riguarda la scelta da parte della Polizia di Stato di dotarsi di nuovi strumenti operativi. Un passo importante nella direzione della prevenzione è rappresentato dai corsi di formazione sul metodo Sara (per la valutazione del rischio di recidiva della violenza) realizzati nella Capitale dal Servizio centrale operativo e a livello locale dalle singole questure. E, sempre a proposito di questure, quelle di Milano e di Verona hanno dato vita, da oltre un anno, all’iniziativa “Squadre volanti con il progetto Eva (Esame violenza agita)” per la realizzazione di un prontuario per gli operatori delle Volanti, molto spesso chiamati ad effettuare il primo fondamentale intervento nei cosiddetti casi di “liti in famiglia”.



Il delitto d’onore nel Mondo
Il “delitto d’onore” è un fenomeno globale che non conosce confini al punto tale che le Nazioni Unite hanno stimato in oltre 5mila gli omicidi passionali commessi ogni anno nel mondo.
I Paesi più colpiti appaiono soprattutto quelli delle regioni mediorientali e del Golfo Persico, ma anche nazioni come il Bangladesh, l’India, il Pakistan, la Turchia, alcuni Stati africani come Uganda, Marocco, Algeria, Libia o sudamericani come Brasile, Ecuador, Haiti.
Nei territori della Palestina ogni anno, vengono uccise per “motivi d’onore” 25 donne; in Siria le vittime salgono a 250 mentre nello Yemen il numero delle donne uccise arriva addirittura a quota 400. La situazione non cambia molto se ci spostiamo in Pakistan dove annualmente si registrano più di 300 donne vittime del “delitto d’onore”. Si tratta di una vera e propria strage, in parte alimentata dal fatto che la maggior parte degli assassini viene condannata a punizioni simboliche, anche perché la legge pakistana permette agli eredi delle vittime di perdonare gli accusati o di accettare un risarcimento al posto della detenzione. In Giordania e negli Emirati Arabi Uniti il codice penale stabilisce invece che he chiunque uccida la propria moglie, figlia, parente o sorella sorprese a commettere adulterio o a intrattenere relazioni illegittime, beneficia di particolari attenuanti e di condanne a pene miti. In Egitto, il codice penale prevede che chi trova la propria moglie a commettere adulterio e la uccide o uccide il suo amante, è condannato da 24 ore a 3 anni di reclusione. Le attenuanti non si applicano a chi uccide la propria sorella o figlia per la stessa ragione.
L’Arabia Saudita non ha leggi che puniscono questo crimine: ci si attiene alla legge islamica, Shari’a, che stabilisce che una donna sposata che commette adulterio possa essere punita anche con la morte. Anche nella vicina Turchia le cose non vanno per niente bene: il governo turco ha, infatti, reso noto che le donne ammazzate da familiari per “salvare l’onore” sarebbero passate dalle 150 del 2002 alle 220 del 2007. A guidare questa triste classifica è la città di Istanbul, dove sono state uccise 167 donne, seguita da Ankara con 144 e da Izmir con 121. Nella maggior parte dei casi gli omicidi sono stati commessi da persone provenienti dalle province orientali del Paese, notoriamente più conservatrici. Dopo l’entrata in vigore del nuovo codice penale che prevede un inasprimento delle pene in caso di delitti d’onore, in Turchia, alcune famiglie, per sfuggire alle maglie della legge, hanno iniziato ad indurre al suicidio le donne “disonorate”. Questi suicidi, assai frequenti soprattutto nella regione dell’Anatolia, sono diventati una vera e propria piaga nazionale e subito ribattezzati come “il caso delle vergini suicide”; e in effetti le autopsie condotte sui cadaveri di decine di ragazze uccise perché accusate di aver perso l’onore, hanno rivelato che soltanto una di loro non era più illibata.
La pratica del “delitto d’onore” sembra dunque prevalere in quei Paesi dove la maggioranza della popolazione è musulmana, sebbene diversi leader e studiosi islamici abbiano più volte condannato pubblicamente questa pratica, chiarendo che non ha alcun fondamento religioso. Durissima la presa di posizione del leader sciita Sayyed Mohammed Hussein Fadlallah, autore di una fatwa nell’agosto del 2007 contro il delitto d’onore giudicato «un fenomeno brutale in crescita nel mondo arabo e musulmano, dove alcuni uomini tendono ad uccidere le loro figlie, sorelle, mogli e parenti femmine, con il pretesto che hanno commesso atti che danneggiano la castità e l’onore […] Io considero “il delitto d’onore” come un atto repulsivo, condannato e proibito dalla religione».
La situazione non è rosea neppure per quel che riguarda l’Europa, al punto che, specie negli ultimi anni, i legislatori si stanno sempre più orientando nel riaffermare il principio che, dal punto di vista del codice penale, la violenza domestica non è mai giustificata, meno che mai l’omicidio, anche se con la giustificazione dell’offesa all’onore. È il caso della Gran Bretagna, dove tale principio sta per essere riaffermato da una riforiforma del diritto penale attualmente in discussione. Chi uccide la propria partner non potrà più contare su uno sconto di pena invocando l’attenuante della provocazione, ad esempio l’infedeltà. Come nel caso limite di Joseph Swinburne, condannato nel 1997 a (sole) 200 ore di lavoro socialmente utile per aver ucciso con 11 coltellate la moglie che gli aveva appena detto di volerlo lasciare per un altro.
Anche gli Stati Uniti non sono del tutto esenti da una qualche forma di “comprensione” nei confronti degli autori dei delitti passionali. Il caso più eclatante risale al 1997, quando una Corte penale della California impose al campione di football e idolo degli stadi O.J. Simpson il pagamento di 33,5 milioni di dollari ai parenti, per l’assassinio della moglie e del suo amante, mentre una prima sentenza nel 1995 lo aveva addirittura assolto.
Cristiano Morabito

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